martedì 9 dicembre 2014

ETERNITA' DEGLI ARCHETIPI

Da un'opera di Wilde, da una musica di Richard Strauss. dalla Bibbia e dalla notte dei tempi. La mia Salomé in una delle Lettere dalla fine del mondo.



(...) Mi sono messo, infatti,  a lavorare a Salomé  fin dall’alba, e una volta tanto non per scherzo, dato che saranno state le sette e mezza, al massimo, quando ho acceso le luci dentro il capannone; era inutile che restassi a letto a pensare ad un problema, quello rappresentato da quel ginocchio sollevato, che potevo sperare di risolvere solo utilizzando l’intelligenza delle dita. 


No, non si tratta di una metafora più o meno poetica, né di un riferimento ad un qualche esoterico sesto senso che avremmo solo noi scultori;  è semplicemente il modo in cui chiamo, non conoscendone altri che magari sono appannaggio della neurofisiologia e delle altre scienze cognitive, il risultato del lavorio di quelle parti del cervello che sono più direttamente coinvolte con il nostro senso del tatto e con il movimento delle mani e dita. Si tratta di un’ intelligenza che va oltre la razionalità che usiamo, si spera, nella nostra vita quotidiana; simile, se non proprio uguale, a quella che i jazzisti esibiscono nelle loro improvvisazioni. Hai mai visto un grande pianista jazz come Friedrich Gulda, per esempio, creare musica? Le sue dita trovano le note giuste, mentre improvvisa, con straordinaria velocità e precisione, con assoluta e facile naturalezza, come se le mani conoscessero già in anticipo quali tasti andare a cercare per produrre quella combinazione di suoni che, pure, non è mai esistita prima.  È questo il risultato di anni di studio? Certamente, come pure, di qualcos’altro; di quella indefinibile qualità, che tutti possiedono, ma non tutti nella stessa misura, e che il tempo può affinare solo fino ad un certo punto, di cui ti sto appunto parlando.
Stavo scolpendo da almeno tre ore, ad ogni modo,  accarezzando ogni pochi colpi di sgorbia le superfici e le curve che definiscono il ginocchio di Salomé, per valutarne il fluire come gli occhi non avrebbero saputo fare, quando qualcuno è venuto a suonare il campanello  risvegliandomi da quello stato simile alla trance.
Non mi ero, fino ad allora, fermato neppure un momento; non avevo neppure avuto la tentazione di allontanarmi di qualche passo dalla statua per verificare come stessi procedendo.
L’ho fatto solo allora, voltandomi per qualche istante, dopo aver raggiunto la porta del capannone, mentre stavo per uscire a vedere chi fosse il disturbatore e cosa volesse; mancava ancora molto lavoro prima di proclamare concluso quel brano di scultura, le tracce della sgorbia dovevano essere ancora spianate con gli scalpelli e poi il tutto andava ancora levigato a dovere, ma potevo già costatare  che il movimento di Salomé si era fatto certamente più naturale, più continuo, rispetto a quello che ieri sera mi aveva lasciato così perplesso.
Di che essere soddisfatto, rinnovare la mia fiducia nell’intelligenza delle mie dita e continuare a sorridere al postino anche dopo che questi, agitando una penna, mi ha fatto segno di raggiungerlo al cancello per firmare qualcosa.
Sorriso, il mio, che è diventato ancora più largo e convinto quando ho scoperto che non si trattava di una multa o di una cartella delle tasse, quel che mi doveva consegnare, ma di un pacchetto speditomi da Diego.  Conteneva, e lo sapevo già perché me ne aveva annunciato l’invio con un telefonata, un ordigno di cui pensava non potessi fare più a meno e che, dopo averlo sperimentato di persona, voleva regalarmi: un lettore di libri elettronici.
Ho firmato quel che dovevo, l’ho ritirato e me lo sono portato in casa. Ho messo su il bollitore per farmi un caffè alla tedesca, l’ho liberato dall’imballaggio e, per mia disgrazia, ho cominciato a giocarci.  Disgrazia,  perché non ho più lavorato per il resto della giornata.
Che dirti, Reader? È bastato che accendessi quella piatta scatoletta di plastica  e, dopo aver dato un’occhiata alle istruzioni, andassi a vedere l’elenco dei libri che c’ erano già infilati dentro , perché mi perdessi completamente.
Odio leggere  sullo schermo di un computer, credo proprio di avertelo già scritto, ma con quel coso era completamente diverso; grazie all’inchiostro elettronico (spero si chiami così) era proprio come se stessi leggendo un foglio carta. 
Ho sfogliato una ventina di classici in tre o quattro lingue, quindi, dopo essermi fatto un panino, ho pranzato con quello, cercando nel frattempo di capire come fare per infilare dentro al lettore delle nuove opere. Non è stato troppo difficile. Con un apposito cavetto ho connesso il lettore al portatile e, da questo, vi ho riversato il testo che ero prima andato a scaricarmi dal sito di una delle più grandi biblioteche pubbliche on-line.
Di cosa si è trattato? Beh, per provare il mio nuovo giocattolo, ho scelto proprio l’originale francese della Salomé di Oscar Wilde; la tragedia che ha ispirato l’opera lirica di Richard Strauss che, a sua volta, mi ha ispirato la statua.
Una scelta naturale, ma un poco sofferta, perché avevo già deciso di acquistarne presso qualche libraio dell’usato, se non proprio da un antiquario, una bella e vecchia copia che stesse bene, sullo scaffale della mia libreria, accanto ai tre libri di Oscar Wilde che già posseggo.
Si tratta di The picture of Dorian Grey, il Ritratto di Dorian Gray, a dire il vero in un’edizione tascabile da pochi soldi, e, al suo fianco, di The Happy Prince and other tales, Il Principe Felice e altri racconti, con la copertina ora mezzo strappata, ma sempre con delle bellissime illustrazioni a colori, che mia madre mi ha comprato durante una sosta a Londra, in viaggio verso l’Irlanda, quando avevo una decina d’anni.
(Se pensi che sia un vecchiaccio senz’anima, pensa che mi scende ancora una lacrimuccia, se rileggo la storia del Piccolo Principe: un cuore, insomma, dovrei ancora avercelo). Il terzo libro di Wilde si trova infilato tra i primi due come una fetta di prosciutto tra due grosse fette di pane; il suo dorso non si vede neppure, tanto è sottile: è una bellissima edizione in carta bibbia e rilegata in seta, risalente ai primi anni del Novecento, di The importance of being Ernest, L’importanza di essere Ernesto.
Potevo risparmiarmi questa divagazione? Vero, ma fatto sta che il mio quarto Wilde sarà solo una collezione di byte dentro un aggeggio, e la cosa non mi piace del tutto. Potrei compare comunque una Salomé di carta, dopo aver letto quella elettronica? Vero pure questo, ma, come dire … non sarebbe la stessa cosa. E poi mi è sempre riuscito difficile spendere del denaro per comprare dei libri che avessi già letto; è una delle ragioni per cui non sono un vero bibliofilo.
Salomé, ad ogni modo, è una lettura agevole, nonostante la mia perfettibile conoscenza del francese, ed assai più breve di quanto l’avessi immaginata; non più lunga di una quarantina di pagine.
Dato che è semplicemente la messa in scena del racconto bilico, la sua trama, inoltre, non contiene straordinarie soprese: Salomé, figliastra di Erode Antipa, si esibisce per il patrigno nell’erotica danza dei sette veli, ottenendone in cambio la testa di Giovanni Battista che aveva osato respingerla. Neppure il bacio che Salomé dà alla testa mozzata, al culmine della rappresentazione, è una novità assoluta; già Heinrich Heine aveva inserito la scena nella sua tragedia sullo stesso argomento. Una delusione, dunque? Assolutamente no. La mia statua s’inspira ad un’opera lirica che si basa su una tragedia, forse in parte ispirata da un’altra tragedia, che a sua volta si basa su un tema presente nella bibbia? Meraviglioso e, allo stesso tempo, per nulla sorprendente o, tanto meno, scandaloso.
Non fu completamente originale Wilde? Non lo sono io come non lo è nessuno, da qualche decina o centinaio di migliaia di anni a questa parte. Guarda sotto la pelle di qualunque opera d’arte, leva le sedimentazioni lasciate da secoli di storia, le trasformazioni apportatevi dalla sensibilità dell’artista, risultato tanto del suo carattere quanto della sua epoca, e ritroverai modelli antichissimi; uno o l’altro di quei pochi archetipi che, trasmessi quasi immutati da una generazione all’altra, rappresentano il vero e proprio DNA culturale dell’umanità. (...)

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