mercoledì 10 dicembre 2014

GABO E I RISCHI DELL' INTERPRETAZIONE.

Cent'anni di solitudine in una delle Lettere dalla fine del mondo.




(...) Tornando al romanzo di García Márquez, ho dato per scontato, come spesso faccio quando ti parlo di libri che amo particolarmente, che tu lo abbia letto. Se non fosse così, sono certo che tu avessi già pensato di farlo e, ancora di più, che ne conoscessi perlomeno il nome dell’autore ed il titolo. Cent’anni di solitudine, infatti, è un altro membro del ristretto club dei libri inevitabili; 


una di quelle opere citate tanto spesso, e nelle occasioni più diverse, che è impossibile non incontrarla lungo il sentiero delle nostre letture. 
Si tratta, ad ogni modo, di una saga; quella della famiglia Buendia, seguita per sette generazioni, e del villaggio di Macondo, fondato dai suoi capostipiti.
I Buendia conosceranno fortune e miserie; grandi successi e disastrose sconfitte. Macondo, protetto dal suo isolamento (è questa la solitudine del titolo), dapprima prospera, arrivando a diventare un’animata cittadina, quindi, proprio alla fine del romanzo, quando per le sue nuove dimensioni, per il progresso, è costretto ad allacciare più saldi legami col resto del mondo, si spopola e muore.
Inutile però cercare di ridurre ad una trama il capolavoro di García Márquez. Ogni libro è un viaggio e un grande libro, come un lungo viaggio, può cambiarci la vita, ma difficilmente può essere raccontato per intero. E Cent’anni di solitudine è riducibile solo a questo: ad un itinerario dentro la magia della letteratura; attraverso un universo fantastico in cui ci ritroviamo subito, dopo averne letto poche righe. Immergersi tra le sue pagine significa esplorare una foresta incantata, popolata di personaggi straordinari e memorabili come sono gli alberi più grandi, con le loro radici che arrivano al cuore della terra e i loro rami, lassù, che si perdono nell’altrove. Una foresta in cui v’è ben poco di cupo o angosciante; rischiarata dai fiori brillanti dell’ironia che crescono ad ogni passo e in cui volano, un poco più elusive, metafore come farfalle dalle ali leggere.
Ironia e leggerezza che sono state il segreto del suo straordinario successo, fin dalla sua prima pubblicazione, oltre a quella sensazione che offre al lettore di… come dire … formicolio al cervello.
Hai presente l’impressione che lascia la lettura del mio adorato Ulisse? Beh, Cent’anni avrà tutto un altro carattere, ma a me ha fatto proprio lo stesso effetto; quello di un’opera che, ad ogni riga, potesse nascondere qualcosa, in cui ogni parola potesse avere un significato diverso da quello scontato. A questo aggiungi il fatto che il romanzo di García Márquez, se da un lato è zeppo di sorprese e scintilla d’invenzioni ad ogni pagina, dall’altro non racconta tutto, ma solo lascia intravedere alcune delle proprie verità, e capirai perché sia una vera e propria sfida all’intelligenza e alla cultura del lettore. E poi ci sono tutte quelle farfalle da catturare.
Il rischio è di farsi troppo pendere la mano da questo gioco; di voler leggere, nel testo, anche quel che l’autore non aveva nessuna intenzione di scrivere.
Ad avvertirci, a questo proposito, è lo stesso García Márquez in una sua famosa intervista.
Dopo aver rievocato l’ambiente di Città del Messico in cui nacque il suo romanzo, lo scrittore Colombiano disse: “Molti critici non capiscono che un’opera come Cent’anni di solitudine è anche uno scherzo, pieno di riferimenti e segnali rivolti agli amici più intimi. In questo modo, quando si arrogano il diritto di pontificare e si assumono la responsabilità di decodificare il libro, rischiano di fare solo delle figuracce”. 

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