domenica 30 novembre 2014

BARBARA HEPWORTH E L'ARTE AL FEMMINILE






Una giovane amica statunitense, poco tempo fa, mi ha accusato di essere un bieco maschilista perché le ho detto di ritenere poco utile un corso di “storia dell'arte femminile” che intendeva seguire. Ho cercato di spiegarle che questo modo di interpretare la storia dell'arte, del tutto simile a quello che ha portato alla creazione dei corsi di studi “afroamericani”, è un passo verso una maggiore 

venerdì 28 novembre 2014

SOLITUDINI CHE SI SFIORANO: EDWARD HOPPER, NIGHTHAWKS.


Nighthawks, I nottambuli, di Edgard Hopper. Olio su tela, cm 84 x 152. Chicago Art Institute.

Uno squillo giallo che è, a suo modo, una dichiarazione programmatica. Un soffitto, illuminato dalle luci al neon. Se il nostro occhio è attirato dalla luce, questa è la prima cosa che vediamo di Nighthawks, una delle più celebri tele di Edward Hopper. Quasi altrettanto luminoso, il bianco della bustina e della camicia che indossa il barista. Elementi irrilevanti di una narrazione messi in primo piano dal caso; che sono dipinti a quel modo, perché sono così. Sono un pittore realista, pare ci voglia dire Hopper, non semplicemente figurativo: dipingo la realtà per come si presenta. La retorica, nei miei quadri, non trova spazio.

mercoledì 26 novembre 2014

JOSÉ SARAMAGO, L'ULTIMO DEI VEDENTI




Lo conobbi grazie ad Ennio, che è stato il mio libraio di fiducia fino a quando, una decina d’anni or sono, la concorrenza delle grandi catene di librerie e l’aumento dei costi di gestione, lo hanno costretto ad abbassare la serranda della sua secolare libreria: uno di quei posti con i muri ricoperti di scaffali di legno scuro e l’aria impregnata dell’odore della carta e dell’inchiostro che ormai è quasi impossibile trovare, non solo in Italia.
Era il 1996 e vivevo già all’estero da quindici anni. Tornavo nella mia città natale, un paio di volte l’anno, più per andare in quella libreria e fare scorta di libri italiani che per visitare i pochissimi conoscenti che mi erano rimasti in quel civilissimo borgo selvaggio dove mi trovavo sempre più sperduto; il lago era sempre lo stesso e uguale rimaneva la fredda cortesia della gente, ma diverso era l’egoismo senza remore, elevato a virtù, che si respirava ovunque e nuovo era il cinismo che animava anche le menti più brillanti.
Una riduzione al minimo del sano realismo lombardo che stava rendendo la vita pubblica, incurante della decadenza sempre più evidente delle cose e delle idee, quel che è ora: un lotta tra bruti per occupare l’angolo più asciutto della caverna. 

lunedì 24 novembre 2014

FLAVIUS CERIALIS, SULPICIA LEPIDINA E LA VERA GRANDEZZA DI ROMA




Vindolanda era uno dei forti distribuiti lungo il muro di Adriano. I soldati della sua guarnigione, tra il primo e il secondo secolo della nostra era, forse per ingannare il tempo, scrivevano in continuazione. Documenti di servizio, certo, ma anche lettere a amici e parenti. Lo sappiamo perché gli archeologi, negli anni 70, hanno ritrovate  centinaia di queste missive, ancora perfettamente leggibili. Quando subentrava una nuova guarnigione, la vecchia ripuliva il forte e buttava tutte le “cartacce” in un fosso dove, grazie alla particolare composizione chimica del terreno, si sono conservate fino ai nostri giorni. Sono scritte su tavolette di legno dello spessore di quelle usate per le cassette della frutta, grandi quanto un foglio di quaderno e riunite due a due da dei lacci, solitamente di pelle. Sono uno dei più grandi monumenti alla civiltà di Roma di cui io a sia conoscenza. Testimoniano, prima di tutto, come nell'esercito romano quasi non ci fossero analfabeti.

venerdì 21 novembre 2014

GOBBA A PONENTE, LUNA CRESCENTE



G
obba a ponente, luna crescente; gobba a levante, luna calante”. Non ricordo chi mi abbia insegnato questa filastrocca; forse le suore nell’unico anno (tragico perché non sopportavo l’obbligatorio riposino postprandiale; prima imposizione del sistema che mi trovassi ad affrontare) in cui fui spedito all’asilo.

giovedì 20 novembre 2014

SALOME'






Salomé
Legno di tek, altezza cm 60.


In Lettere alla fine del mondo, di lei dico proprio tutto.

martedì 18 novembre 2014

VAN EYCK, VELÀZQUEZ E I LORO SPECCHI



Sono due straordinari brani di pittura, ma sono pure solo dettagli di due capolavori che certo conoscerete tutti benissimo; solo particolari dentro rappresentazioni di mondi, prima ancora che di interni, tanto ricche e complesse da essersi meritate interi volumi, scritti, oltre che dagli storici dell'arte, da economisti e da sociologi.

Un'attenzione meritata. Bastano infatti quelle arance, lasciate in modo apparentemente casuale sul davanzale, e accanto alla finestra, per raccontarci delle rete internazionale di commerci che doveva fare capo alla Bruges in cui vivevano il mercante toscano e la sua signora. Gli inchini e le genuflessioni delle damigelle, a fianco dell'infanta Margarita, costretta ad apparire freddamente regale nonostante avesse solo cinque anni, possono poi benissimo fare da spunto ad una riflessione sulle condizioni di una corona spagnola cui, a metà seicento, restavano il cerimoniale, la pompa, e già ben poco d'altro. Si, i quadri di cui vi sto parlando sono I coniugi Arnolfini e Las Meninas. Quelli che vi invito ad osservare di nuovo assieme a me, sono gli specchi appesi alle pareti che ne delimitano le “scenografie”.

Velázquez, che completò Las Meninas, oggi al Prado, nel 1656, potrebbe benissimo aver pensato di mettere là il suo, proprio dopo aver osservato quello dipinto da Van Eyck nel 1434. Il Maestro spagnolo, per guadagnarsi l'appannaggio concessogli da Filippo IV ricopriva anche l'incarico di conservatore delle collezioni reali e pare che a queste, in quel periodo, appartenesse anche il ritratto dei coniugi toscani. 

lunedì 17 novembre 2014

LINGUE E DIALETTI. E LINGUE MORTE, SACRE, NOBILI, PRIMITIVE, LOGICHE...




Lingua e dialetto.
Dobbiamo a Noahm Chomsky l'unica differenziazione che abbia davvero senso, tra questi due termini. Una lingua, dice il filosofo americano, è un dialetto con un esercito.

L'Italiano e i suoi dialetti.
La nostra lingua nazionale, storicamente non ha dialetti. Quelli che chiamiamo così, il milanese o il palermitano, il veneziano o il napoletano, sono lingue vere e proprie, non certo versioni impoverite dell'Italiano, cui non li legano neppure rapporti genealogici. Non sono, detto altrimenti, nate dopo questo e da questo, ma sono altre lingue neo-latine, con una storia ed un'evoluzione tutte proprie.

Lingue locali: lingue morte e lingue sacre.
Quando muore una lingua? Quando mure l'ultimo che aveva potuto condurre al propria vita senza conoscerne altre, è l'unica risposta sensata a questa domanda. Vale a dire quando scompare l'ultimo che parlando solo quella lingua abbia avuto modo di crescere, raggiungere un livello di istruzione adeguato e lavorare. Qualunque altra definizione, cade corta. Se si badasse solo alla sua conoscenza ed al suo uso, infatti, anche una lingua come il Latino, studiata da milioni ed ancora  lingua ufficiale della Chiesa, andrebbe considerata viva, quando, con tutta evidenza, non lo è. Affermare questo, significa pure dire che sono morti la stragrande maggioranza dei nostri “dialetti”; che sono diventati, a tutti gli effetti, lingue sacre.

domenica 16 novembre 2014

ASPETTANDO L'ESTATE


A mio figlio
che sta per conoscere l’estate.

Nel frangersi fragoroso degli anni,
restano dolci quelle lontane estati,
quando il futuro aveva vent’anni
e l’amore vestiva di cotoni leggeri.

Corron gambe snelle color del pane,
tra ricordi d’indaco odor di lavanda;
sulle labbra il fuoco di labbra di croco
e le ardite parole del cuore che s’apre.

Gli occhi nello specchio ai miei occhi
chiedono di quell’intatta innocenza
e di quell’eroico ignorante coraggio.

Mi sorride la bocca un’assoluzione:
aver macinato vita e non mancarsi
posson i molti vili e solo pochi santi.






Olmo dormiente
Olio su tavola. Cm 50 x 50




sabato 15 novembre 2014

GLI OCCHI DI CLAUDIA (RIPENSANDO A SCIASCIA)




Conobbi Leonardo Sciascia quando, durante un cineforum organizzato nel cinema parrocchiale dietro casa, proiettarono Il giorno della civetta; il film tratto dall’omonimo romanzo dell’autore siciliano e diretto da Damiano Damiani.
Mi piacque il film, bello come i migliori western (credo avessi tredici o quattordici anni e quelli erano i film che mi piacevano allora) e mi piacque, soprattutto, la bellissima Claudia Cardinale. Me ne innamorai, ma, forse perché avevo troppi brufoli, tra noi poi non vi fu nulla.
Incontrai di nuovo Sciascia un decennio dopo, in libreria; lo stesso Il giorno della civetta, edito da Einaudi  (l’ho ripreso in mano per scrivere questa nota) che comprai, lo ammetto, solo nella speranza di rivedervi, almeno con la mia fantasia, gli occhi della bella Claudia che non fu mai mia.
Lessi il romanzo, con la voracità di allora, nello spazio di un fine settimana.
Mi sorprese innanzitutto l’italiano di Sciascia; diretto, rispettoso della parola e del suo peso. Ritrovai il mio amato Hemingway in quel suo periodare scarno eppure così attento ai ritmi del racconto; così diverso – fu una sorpresa, almeno per me - da quello di tanti narratori italiani, non solo di quegli anni, che, innamorati delle proprie parole, spesso dimenticano quale sia il loro scopo. Ancora di più mi piacque il sapore di Sicilia (il sapore che amo, anche oggi, trovare nei romanzi di Camilleri)della lingua che Sciascia mette in bocca ai personaggi del suo romanzo; in particolare a quelli minori, vivissimi, che contribuiscono a fare de Il giorno della civetta, prima che un giallo, un grande affresco di realismo sociale.

domenica 9 novembre 2014

SETTE SONETTI SCESPIRIANI






“Non so fino a che punto potrai apprezzarla, ma, a modo suo, è una testimonianza del rapporto che cerco di avere con i grandi del passato.
Può sembrare inutile una simile traduzione che, per rispettare metro e rima, deve introdurre altri e ben più gravi tradimenti dell’originale. Le parole italiane, con tutte le loro vocali, hanno infatti molte più sillabe delle loro corrispondenti inglesi. Questo fa sì che traducendo letteralmente,

venerdì 7 novembre 2014

A LEZIONE DA CARAVAGGIO








Credo di avere capito un paio delle lezioni di Caravaggio.  
Un sole di notte.
Olio su tavola. Cm 50 x 50.


In una delle Lettere dalla fine del mondo narro la realizzazione di un quadro simile. 






giovedì 6 novembre 2014

I FEROCI CASTRATORI DI BABIC'




I nomi composti, come i modi di dire, sono preziosissimi giacimenti di parole altrimenti dimenticate. Uno dei primi che abbia attratto la mia attenzione, tra quelli presenti nella lingua dei miei nonni alto-valtellinesi è stato sana-babic'; un'ingiuria, ma non tra le più terribili, che potremmo all'incirca tradurre con l'ormai pan-italico “minchione”.  Pochi dubbi sul significato della prima delle due parole che lo compongono. Sanar, in quell'idioma, significa né più né meno che castrare. L'offesa, dunque, doveva essere suppergiù costruita come il soprannome che fu di Castruccio, il più glorioso tra gli Antelminelli, nobili ghibellini e lucchesi; insomma, come castra-cani.

martedì 4 novembre 2014

GABINEL, GAVINEL


 
Gabinel, gavinel,
o, come mi segnala il poeta Giuliano Natali, gambinel, è il nome che si dà al falco, o più precisamente al gheppio, lungo le nostre Alpi Orientali. Ho riflettuto sulla sua etimologia, ma inizialmente sono arrivato a ben poco. Il latino gavia da cui proviene il nostro gabbiano? Poco probabile che sulle Alpi si sia sentito il bisogno di  affibbiare ad un rapace il nome, d'importazione, di un uccello marittimo. E poi il gavia dei latini pare avesse una base onomatopeica, e se i gabbiani fanno “ga ga”, certo non lo fanno i falchi. Qualcosa a che vedere con il giallo? Con il galbinus che sta alla base pure del nome di un particolare tipo di ciliegie, ( i galbini, appunto)? Mah .. forse. Certo che non sono i riflessi giallastri delle piume, la prima cosa che salta all'occhio quando si vede un falco. A mettermi sulla pista che  credo sia quella giusta, e a convincermi a scrivervi questa pillola, è stato il mio vicino Polan, che ho visto passar via armato di falcetto. Anzi, di gabilan, come si chiama in galiziano quell'attrezzo. Non solo; mi basta scambiare due parole con il mio amico, per scoprire che gabilan è, anche da queste parti, il nome che si dà ad un falchetto. E qui mi sono illuminato. E già: falchetto … falcetto, si chiamano su per giù allo stesso modo perché hanno la stessa forma. L'ho detto a Polan. Mi ha guardato come fa certe volte; quando pensa che sono irrimediabilmente “di città”. Per lui, che il gabilan che aveva tra le mani avesse lo stesso profilo della ali del gabilan che vola in cielo era assolutamente ovvio. L'ho ringraziato, salutato e mi sono messo a pensare a qualche oggetto ricurvo che, nella mia lingua, si chiamasse su per giù come gavinel. L'ho trovato quasi subito: “gavel”, uno dei quarti di cerchio di cui si compone il profilo di una tradizionale ruota in legno.  Non solo; gavèla si diceva di una fanciulla dalle gambe non proprio dritte. Armato di tutto questo, mi sono messo a frugare nelle mie cartacce e ho scoperto uno splendido gabilo* termine celtico ricostruito per dire ricurvo, piegato. E credo si essere felicemente arrivato al termine della mia ricerca.
 
 
 
 

Cap. 1 - LE STORIE SONO COME LE STRADE





In città ero nuovo e, anche se non lo avrei mai ammesso, sperduto ed impaurito come quel bimbo che nella favola si ritrova solo in mezzo agli sconosciuti pericoli del bosco.
Avevo ventiquattro anni, allora. Giovane, ma in realtà ancora più giovane, se consideri che gli ultimi sei di quegli anni li avevo trascorsi nell’esercito; in un ambiente sterile e quasi perfettamente chiuso alle influenze del mondo esterno. Un universo auto-sufficiente, auto-referenziale, auto-contenuto. Auto-tutto. Un grembo, a modo suo, che avevo trovato tanto confortevole, dopo essermi abituato alle sue regole ed ai suoi divieti, da provare un dolore quasi fisico quando avevo deciso di lasciarmelo alle spalle per sempre.
Qualcosa che forse non avrei mai fatto, se fosse esistito un altro modo di sfruttare l’incredibile opportunità, offertami dalla sorte, di realizzare quel che restava dei miei sogni d’adolescente.
Sono nato in una cittadina di provincia dove il basket è una vera e propria religione e, dopo averne imparati i sacri fondamentali nelle formazioni giovanili della squadra locale, allora famosa in tutta Europa, e nonostante non mi fossi dimostrato poi abbastanza bravo da guadagnarmi da vivere con una palla tra le mani, a quella religione sono rimasto sempre fedele.
Non l’ho tradita neppure mentre ero nell’esercito, continuando a giocare anche mentre vi ero arruolato, seppure solo in un campionato minore, dopo aver trovato posto nella squadra del paesotto delle Alpi dove era acquartierato il mio reparto: un gruppo di amici, molti ben oltre la trentina e con dei normali lavori da svolgere durante il giorno, che si ritrovava un paio di sere la settimana per degli allenamenti ridotti,dalle mediocri condizioni fisiche di moltitra noi, a poco più che a delle sedute di tiro. Soldi? Se pensi che giocavamo la domenica, contro altre squadre di quella provincia e di quella limitrofa, sul linoleum della stessa palestra dove ci allenavamo e davanti a un pubblico di poche dozzine di persone, composto quasi esclusivamente di amici e parenti, capirai chec’era tanta passione, ma assolutamente nient’altro.
Quell’estate una squadra, neopromossa in serie A2, per sfuggire all’afa della pianura era venuta a tenere il raduno precampionato da quelle parti.
Alla fine di uno dei nostri allenamenti un tipo sulla cinquantina, con la tuta di quella squadra addosso, mi si era avvicinato e mi aveva chiesto se me la fossi sentita di andare a giocare per qualche giorno con loro; avevano ancora alcuni contratti in alto mare, uno dei loro playmaker si era slogato una caviglia ed erano rimasti in nove. 
Senza pensarci un secondo, avevo detto di sì.  Ero corso in caserma, avevo pregato il Capitano, implorato il Colonnello ed avevo ottenuto due settimane di licenza.