sabato 20 dicembre 2014

CANON PER TONOS



Tamaño: largo 50cm
Madera: Iroco ( Teca )
Acabado: Aceite de linaza y cera natural

Referencias: La idea del canon es que un tema sea desarrollado en contraposición a sí mismo, hasta llegar a un nuevo equilibrio musical. A una primera voz, se añade una segunda, desplazada en el tiempo y en la tonalidad, y después una tercera, y después ...

CULTURA UMANISTICA E CULTURA SCIENTIFICA


Francesco Petrarca ritratto da Altichiero da Zevio nel 1376 ca 
Particolare d' affresco.Padova, Basilica di Sant'Antonio, Cappella di San Giacomo

Poche cose mi fanno cadere le braccia e, per continuare a parlare di  cultura, dubitare delle condizioni della nostra, come sentire qualche riverito intellettuale rivendicare il primato di una delle due

venerdì 19 dicembre 2014

MIRACOLOSI EQUILIBRI: GUIDO RENI, ATALANTA E IPPOMENE.

Un capolavoro. A meno che la nostra epoca sia diventata tanto barbara da pretendere scuse e pretesti anche dalla bellezza.


Atalanta e Ippomene. Guido Reni, ca 1620. Olio su tela, 192 x 264.
Museo di Capodimonte, Napoli.
Ovidio, nel Decimo libro delle Metamorfosi, narra di Atalanta, figlia di Iaso, re dell'Arcadia e di Climene. Abbandonata sul monte Pelio dal padre, che avrebbe voluto un figlio maschio, e allevata da un'orsa, cresce bellissima, oltre che provetta nella caccia e più veloce nella corsa degli stessi Centauri. Tanto veloce che, non volendo prendere marito,

giovedì 18 dicembre 2014

A CASARSA: UNA SERA CON PASOLINI



Qualche sera fa, non so neppure bene come e certo senza un perché, mi sono trovato a rileggere le Poesie a Casarsa

mercoledì 17 dicembre 2014

DA MOORE A MICHELANGELO: UNA BREVE STORIA DEL BUCO

Henry Moore, Oval with Points. Bronzo, 1968 - 70.

Quando si parla di scultura moderna, si è concordi nell'attribuire a Alexander Archipenko la scoperta del buco; fu lui, insomma, 

martedì 16 dicembre 2014

INFINITI SUBLIMI: BORGES, WEBERN E BACH.



Borges, per tornare ad occuparmi di uno dei pochi scrittori del secolo ormai passato (e che resterà comunque il mio) che ritengo meriti d’essere considerato canonico, riesce, grazie ad una scrittura straordinariamente precisa ed elegante, nel più bello spagnolo che io conosca, a costruire interi universi. 

lunedì 15 dicembre 2014

CON BUKOWSKI, ASCOLTANDO MAHLER.

Due pillole sul mio rapporto con il vecchio Hank.



“Have you got any Bukowski?”. Sentirmelo chiedere, con un visino tutto serio, da Selena, studentessa universitaria di una cittadina dal nome omerico, posta però non nell’Egeo, ma nel settentrione dello stato di New York, 

domenica 14 dicembre 2014

MELANCOLIA





Melancolia
Legno di tek
Lunghezza cm 60                                                                                                       Other pictures below

sabato 13 dicembre 2014

LA CITTÀ PERDUTA DI AUSFAHRT


Destinazione Amsterdam, la più peccaminosa delle città, dove, assieme a di tutto e di più, legioni di olandesi (olandesi femmine, si intende) ci stanno aspettando. 

venerdì 12 dicembre 2014

ANTONELLO DA MESSINA, L'ANNUNCIATA DI PALERMO

UNA SUMMA DELLA CULTURA VISIVA DEL PRIMO RINASCIMENTO EUROPEO

Antonello da Messina, L'Annunciata
Olio su tavola, cm 46 x 34
Palermo, Galleria regionale di Palazzo  Abatellis

La più bella mano nella storia della pittura, secondo Roberto Longhi. E’ quella destra, sollevata e aperta, che l’artista ha scelto di ritrarre secondo una prospettiva diversa da quella del resto del dipinto. Un gesto che è l’apice drammatico del quadro, ma che resta misurato; che esprime uno stupore che si sta placando e pare chiedere solo ancora un momento. Forse quella mano mostra anche un poco d’apprensione. Comprensibile: quella donna è Maria e di fronte, esattamente là dove noi 

mercoledì 10 dicembre 2014

GABO E I RISCHI DELL' INTERPRETAZIONE.

Cent'anni di solitudine in una delle Lettere dalla fine del mondo.




(...) Tornando al romanzo di García Márquez, ho dato per scontato, come spesso faccio quando ti parlo di libri che amo particolarmente, che tu lo abbia letto. Se non fosse così, sono certo che tu avessi già pensato di farlo e, ancora di più, che ne conoscessi perlomeno il nome dell’autore ed il titolo. Cent’anni di solitudine, infatti, è un altro membro del ristretto club dei libri inevitabili; 

martedì 9 dicembre 2014

QUEL CHE RESTA DEL SOGNO




Quel che resta del sogno                                                                                        Other pictures below
Affresco e olio su tavola
cm 100 x 100                                                                                                      


ETERNITA' DEGLI ARCHETIPI

Da un'opera di Wilde, da una musica di Richard Strauss. dalla Bibbia e dalla notte dei tempi. La mia Salomé in una delle Lettere dalla fine del mondo.



(...) Mi sono messo, infatti,  a lavorare a Salomé  fin dall’alba, e una volta tanto non per scherzo, dato che saranno state le sette e mezza, al massimo, quando ho acceso le luci dentro il capannone; era inutile che restassi a letto a pensare ad un problema, quello rappresentato da quel ginocchio sollevato, che potevo sperare di risolvere solo utilizzando l’intelligenza delle dita. 

lunedì 8 dicembre 2014

DYLAN THOMAS, IN MY CRAFT OR SULLEN ART.

Un tentativo di traduzione. Da una delle Lettere dalla fine del mondo.



A proposito di artisti e notti insonni, passate a scrivere in una casa in riva al mare, ti lascio con un poema che sto traducendo in italiano.

sabato 6 dicembre 2014

venerdì 5 dicembre 2014

QUESTIONE DI CIVILTA': PIET MONDRIAN, COMPOSIZIONE IN ROSSO, BLU E GIALLO




Un quadro astratto è più concreto di un quadro figurativo; il primo è una cosa, il secondo è solo un’immagine. Mondrian avrebbe detto questo ad Etienne Gilson. In una sua lettera ad Arnold Saalborn, lo stesso pittore ha inoltre scritto: Il comune essere umano cerca la bellezza nella vita materiale, ma l'artista non dovrebbe farlo. La sua creazione deve collocarsi ad un livello immateriale: quello dell'intelletto.

giovedì 4 dicembre 2014

BARTLEBY IL RESISTENTE







Quando penso al mestiere di scrivere e all’idea di resistenza, mi vengono certo in mente i nomi di quelli che per me sono due santi laici, Fenoglio e Calvino, ma pure quello di un personaggio che non è mai vissuto se non tra le pagine di un libro, nella fantasia del suo autore e nella coscienza e sensibilità di generazioni di lettori.

mercoledì 3 dicembre 2014

CARAVAGGIO, I CINESI E QUALCHE PERPLESSITÀ SUL NUOVO.



Caravaggio, come pochissimi, segna un prima e un dopo nella storia dell’arte, tanto sconvolgente è la sua novità. Resta però chiaramente distinguibile la sua genealogia; si possono seguire i fili che intessono la sua poetica. E` la più lampante dimostrazione di come si possa, pur restandovi, mutare radicalmente la tradizione.

martedì 2 dicembre 2014

PER CHI SUONA LA CAMPANA





No, non sto parlando del romanzo pure tanto amo. Vi sono testi, veri e propri antidoti alla barbarie, che andrebbero letti, meditati, e soprattutto fatti leggere ai giovani; fatti studiare nelle scuole (certo con grave danno al compimento del sacro e gentiliano programma ministeriale) anche se il loro autore non scriveva nella nostra lingua. Tra questi, un posto d'onore andrebbe riservato alla poesia da cui Hemingway prese quel titolo; la XVII Meditazione delle Devozioni di John Donne. 

lunedì 1 dicembre 2014

PRIMA D'INIZIARE IL CAMMINO








Prima d'iniziare il cammino
(Antes que ponerse en camino)
Legno di tek
Lunghezza cm 80      

domenica 30 novembre 2014

BARBARA HEPWORTH E L'ARTE AL FEMMINILE






Una giovane amica statunitense, poco tempo fa, mi ha accusato di essere un bieco maschilista perché le ho detto di ritenere poco utile un corso di “storia dell'arte femminile” che intendeva seguire. Ho cercato di spiegarle che questo modo di interpretare la storia dell'arte, del tutto simile a quello che ha portato alla creazione dei corsi di studi “afroamericani”, è un passo verso una maggiore 

venerdì 28 novembre 2014

SOLITUDINI CHE SI SFIORANO: EDWARD HOPPER, NIGHTHAWKS.


Nighthawks, I nottambuli, di Edgard Hopper. Olio su tela, cm 84 x 152. Chicago Art Institute.

Uno squillo giallo che è, a suo modo, una dichiarazione programmatica. Un soffitto, illuminato dalle luci al neon. Se il nostro occhio è attirato dalla luce, questa è la prima cosa che vediamo di Nighthawks, una delle più celebri tele di Edward Hopper. Quasi altrettanto luminoso, il bianco della bustina e della camicia che indossa il barista. Elementi irrilevanti di una narrazione messi in primo piano dal caso; che sono dipinti a quel modo, perché sono così. Sono un pittore realista, pare ci voglia dire Hopper, non semplicemente figurativo: dipingo la realtà per come si presenta. La retorica, nei miei quadri, non trova spazio.

mercoledì 26 novembre 2014

JOSÉ SARAMAGO, L'ULTIMO DEI VEDENTI




Lo conobbi grazie ad Ennio, che è stato il mio libraio di fiducia fino a quando, una decina d’anni or sono, la concorrenza delle grandi catene di librerie e l’aumento dei costi di gestione, lo hanno costretto ad abbassare la serranda della sua secolare libreria: uno di quei posti con i muri ricoperti di scaffali di legno scuro e l’aria impregnata dell’odore della carta e dell’inchiostro che ormai è quasi impossibile trovare, non solo in Italia.
Era il 1996 e vivevo già all’estero da quindici anni. Tornavo nella mia città natale, un paio di volte l’anno, più per andare in quella libreria e fare scorta di libri italiani che per visitare i pochissimi conoscenti che mi erano rimasti in quel civilissimo borgo selvaggio dove mi trovavo sempre più sperduto; il lago era sempre lo stesso e uguale rimaneva la fredda cortesia della gente, ma diverso era l’egoismo senza remore, elevato a virtù, che si respirava ovunque e nuovo era il cinismo che animava anche le menti più brillanti.
Una riduzione al minimo del sano realismo lombardo che stava rendendo la vita pubblica, incurante della decadenza sempre più evidente delle cose e delle idee, quel che è ora: un lotta tra bruti per occupare l’angolo più asciutto della caverna. 

lunedì 24 novembre 2014

FLAVIUS CERIALIS, SULPICIA LEPIDINA E LA VERA GRANDEZZA DI ROMA




Vindolanda era uno dei forti distribuiti lungo il muro di Adriano. I soldati della sua guarnigione, tra il primo e il secondo secolo della nostra era, forse per ingannare il tempo, scrivevano in continuazione. Documenti di servizio, certo, ma anche lettere a amici e parenti. Lo sappiamo perché gli archeologi, negli anni 70, hanno ritrovate  centinaia di queste missive, ancora perfettamente leggibili. Quando subentrava una nuova guarnigione, la vecchia ripuliva il forte e buttava tutte le “cartacce” in un fosso dove, grazie alla particolare composizione chimica del terreno, si sono conservate fino ai nostri giorni. Sono scritte su tavolette di legno dello spessore di quelle usate per le cassette della frutta, grandi quanto un foglio di quaderno e riunite due a due da dei lacci, solitamente di pelle. Sono uno dei più grandi monumenti alla civiltà di Roma di cui io a sia conoscenza. Testimoniano, prima di tutto, come nell'esercito romano quasi non ci fossero analfabeti.

venerdì 21 novembre 2014

GOBBA A PONENTE, LUNA CRESCENTE



G
obba a ponente, luna crescente; gobba a levante, luna calante”. Non ricordo chi mi abbia insegnato questa filastrocca; forse le suore nell’unico anno (tragico perché non sopportavo l’obbligatorio riposino postprandiale; prima imposizione del sistema che mi trovassi ad affrontare) in cui fui spedito all’asilo.

giovedì 20 novembre 2014

SALOME'






Salomé
Legno di tek, altezza cm 60.


In Lettere alla fine del mondo, di lei dico proprio tutto.

martedì 18 novembre 2014

VAN EYCK, VELÀZQUEZ E I LORO SPECCHI



Sono due straordinari brani di pittura, ma sono pure solo dettagli di due capolavori che certo conoscerete tutti benissimo; solo particolari dentro rappresentazioni di mondi, prima ancora che di interni, tanto ricche e complesse da essersi meritate interi volumi, scritti, oltre che dagli storici dell'arte, da economisti e da sociologi.

Un'attenzione meritata. Bastano infatti quelle arance, lasciate in modo apparentemente casuale sul davanzale, e accanto alla finestra, per raccontarci delle rete internazionale di commerci che doveva fare capo alla Bruges in cui vivevano il mercante toscano e la sua signora. Gli inchini e le genuflessioni delle damigelle, a fianco dell'infanta Margarita, costretta ad apparire freddamente regale nonostante avesse solo cinque anni, possono poi benissimo fare da spunto ad una riflessione sulle condizioni di una corona spagnola cui, a metà seicento, restavano il cerimoniale, la pompa, e già ben poco d'altro. Si, i quadri di cui vi sto parlando sono I coniugi Arnolfini e Las Meninas. Quelli che vi invito ad osservare di nuovo assieme a me, sono gli specchi appesi alle pareti che ne delimitano le “scenografie”.

Velázquez, che completò Las Meninas, oggi al Prado, nel 1656, potrebbe benissimo aver pensato di mettere là il suo, proprio dopo aver osservato quello dipinto da Van Eyck nel 1434. Il Maestro spagnolo, per guadagnarsi l'appannaggio concessogli da Filippo IV ricopriva anche l'incarico di conservatore delle collezioni reali e pare che a queste, in quel periodo, appartenesse anche il ritratto dei coniugi toscani. 

lunedì 17 novembre 2014

LINGUE E DIALETTI. E LINGUE MORTE, SACRE, NOBILI, PRIMITIVE, LOGICHE...




Lingua e dialetto.
Dobbiamo a Noahm Chomsky l'unica differenziazione che abbia davvero senso, tra questi due termini. Una lingua, dice il filosofo americano, è un dialetto con un esercito.

L'Italiano e i suoi dialetti.
La nostra lingua nazionale, storicamente non ha dialetti. Quelli che chiamiamo così, il milanese o il palermitano, il veneziano o il napoletano, sono lingue vere e proprie, non certo versioni impoverite dell'Italiano, cui non li legano neppure rapporti genealogici. Non sono, detto altrimenti, nate dopo questo e da questo, ma sono altre lingue neo-latine, con una storia ed un'evoluzione tutte proprie.

Lingue locali: lingue morte e lingue sacre.
Quando muore una lingua? Quando mure l'ultimo che aveva potuto condurre al propria vita senza conoscerne altre, è l'unica risposta sensata a questa domanda. Vale a dire quando scompare l'ultimo che parlando solo quella lingua abbia avuto modo di crescere, raggiungere un livello di istruzione adeguato e lavorare. Qualunque altra definizione, cade corta. Se si badasse solo alla sua conoscenza ed al suo uso, infatti, anche una lingua come il Latino, studiata da milioni ed ancora  lingua ufficiale della Chiesa, andrebbe considerata viva, quando, con tutta evidenza, non lo è. Affermare questo, significa pure dire che sono morti la stragrande maggioranza dei nostri “dialetti”; che sono diventati, a tutti gli effetti, lingue sacre.

domenica 16 novembre 2014

ASPETTANDO L'ESTATE


A mio figlio
che sta per conoscere l’estate.

Nel frangersi fragoroso degli anni,
restano dolci quelle lontane estati,
quando il futuro aveva vent’anni
e l’amore vestiva di cotoni leggeri.

Corron gambe snelle color del pane,
tra ricordi d’indaco odor di lavanda;
sulle labbra il fuoco di labbra di croco
e le ardite parole del cuore che s’apre.

Gli occhi nello specchio ai miei occhi
chiedono di quell’intatta innocenza
e di quell’eroico ignorante coraggio.

Mi sorride la bocca un’assoluzione:
aver macinato vita e non mancarsi
posson i molti vili e solo pochi santi.






Olmo dormiente
Olio su tavola. Cm 50 x 50




sabato 15 novembre 2014

GLI OCCHI DI CLAUDIA (RIPENSANDO A SCIASCIA)




Conobbi Leonardo Sciascia quando, durante un cineforum organizzato nel cinema parrocchiale dietro casa, proiettarono Il giorno della civetta; il film tratto dall’omonimo romanzo dell’autore siciliano e diretto da Damiano Damiani.
Mi piacque il film, bello come i migliori western (credo avessi tredici o quattordici anni e quelli erano i film che mi piacevano allora) e mi piacque, soprattutto, la bellissima Claudia Cardinale. Me ne innamorai, ma, forse perché avevo troppi brufoli, tra noi poi non vi fu nulla.
Incontrai di nuovo Sciascia un decennio dopo, in libreria; lo stesso Il giorno della civetta, edito da Einaudi  (l’ho ripreso in mano per scrivere questa nota) che comprai, lo ammetto, solo nella speranza di rivedervi, almeno con la mia fantasia, gli occhi della bella Claudia che non fu mai mia.
Lessi il romanzo, con la voracità di allora, nello spazio di un fine settimana.
Mi sorprese innanzitutto l’italiano di Sciascia; diretto, rispettoso della parola e del suo peso. Ritrovai il mio amato Hemingway in quel suo periodare scarno eppure così attento ai ritmi del racconto; così diverso – fu una sorpresa, almeno per me - da quello di tanti narratori italiani, non solo di quegli anni, che, innamorati delle proprie parole, spesso dimenticano quale sia il loro scopo. Ancora di più mi piacque il sapore di Sicilia (il sapore che amo, anche oggi, trovare nei romanzi di Camilleri)della lingua che Sciascia mette in bocca ai personaggi del suo romanzo; in particolare a quelli minori, vivissimi, che contribuiscono a fare de Il giorno della civetta, prima che un giallo, un grande affresco di realismo sociale.

domenica 9 novembre 2014

SETTE SONETTI SCESPIRIANI






“Non so fino a che punto potrai apprezzarla, ma, a modo suo, è una testimonianza del rapporto che cerco di avere con i grandi del passato.
Può sembrare inutile una simile traduzione che, per rispettare metro e rima, deve introdurre altri e ben più gravi tradimenti dell’originale. Le parole italiane, con tutte le loro vocali, hanno infatti molte più sillabe delle loro corrispondenti inglesi. Questo fa sì che traducendo letteralmente,

venerdì 7 novembre 2014

A LEZIONE DA CARAVAGGIO








Credo di avere capito un paio delle lezioni di Caravaggio.  
Un sole di notte.
Olio su tavola. Cm 50 x 50.


In una delle Lettere dalla fine del mondo narro la realizzazione di un quadro simile. 






giovedì 6 novembre 2014

I FEROCI CASTRATORI DI BABIC'




I nomi composti, come i modi di dire, sono preziosissimi giacimenti di parole altrimenti dimenticate. Uno dei primi che abbia attratto la mia attenzione, tra quelli presenti nella lingua dei miei nonni alto-valtellinesi è stato sana-babic'; un'ingiuria, ma non tra le più terribili, che potremmo all'incirca tradurre con l'ormai pan-italico “minchione”.  Pochi dubbi sul significato della prima delle due parole che lo compongono. Sanar, in quell'idioma, significa né più né meno che castrare. L'offesa, dunque, doveva essere suppergiù costruita come il soprannome che fu di Castruccio, il più glorioso tra gli Antelminelli, nobili ghibellini e lucchesi; insomma, come castra-cani.

martedì 4 novembre 2014

GABINEL, GAVINEL


 
Gabinel, gavinel,
o, come mi segnala il poeta Giuliano Natali, gambinel, è il nome che si dà al falco, o più precisamente al gheppio, lungo le nostre Alpi Orientali. Ho riflettuto sulla sua etimologia, ma inizialmente sono arrivato a ben poco. Il latino gavia da cui proviene il nostro gabbiano? Poco probabile che sulle Alpi si sia sentito il bisogno di  affibbiare ad un rapace il nome, d'importazione, di un uccello marittimo. E poi il gavia dei latini pare avesse una base onomatopeica, e se i gabbiani fanno “ga ga”, certo non lo fanno i falchi. Qualcosa a che vedere con il giallo? Con il galbinus che sta alla base pure del nome di un particolare tipo di ciliegie, ( i galbini, appunto)? Mah .. forse. Certo che non sono i riflessi giallastri delle piume, la prima cosa che salta all'occhio quando si vede un falco. A mettermi sulla pista che  credo sia quella giusta, e a convincermi a scrivervi questa pillola, è stato il mio vicino Polan, che ho visto passar via armato di falcetto. Anzi, di gabilan, come si chiama in galiziano quell'attrezzo. Non solo; mi basta scambiare due parole con il mio amico, per scoprire che gabilan è, anche da queste parti, il nome che si dà ad un falchetto. E qui mi sono illuminato. E già: falchetto … falcetto, si chiamano su per giù allo stesso modo perché hanno la stessa forma. L'ho detto a Polan. Mi ha guardato come fa certe volte; quando pensa che sono irrimediabilmente “di città”. Per lui, che il gabilan che aveva tra le mani avesse lo stesso profilo della ali del gabilan che vola in cielo era assolutamente ovvio. L'ho ringraziato, salutato e mi sono messo a pensare a qualche oggetto ricurvo che, nella mia lingua, si chiamasse su per giù come gavinel. L'ho trovato quasi subito: “gavel”, uno dei quarti di cerchio di cui si compone il profilo di una tradizionale ruota in legno.  Non solo; gavèla si diceva di una fanciulla dalle gambe non proprio dritte. Armato di tutto questo, mi sono messo a frugare nelle mie cartacce e ho scoperto uno splendido gabilo* termine celtico ricostruito per dire ricurvo, piegato. E credo si essere felicemente arrivato al termine della mia ricerca.
 
 
 
 

Cap. 1 - LE STORIE SONO COME LE STRADE





In città ero nuovo e, anche se non lo avrei mai ammesso, sperduto ed impaurito come quel bimbo che nella favola si ritrova solo in mezzo agli sconosciuti pericoli del bosco.
Avevo ventiquattro anni, allora. Giovane, ma in realtà ancora più giovane, se consideri che gli ultimi sei di quegli anni li avevo trascorsi nell’esercito; in un ambiente sterile e quasi perfettamente chiuso alle influenze del mondo esterno. Un universo auto-sufficiente, auto-referenziale, auto-contenuto. Auto-tutto. Un grembo, a modo suo, che avevo trovato tanto confortevole, dopo essermi abituato alle sue regole ed ai suoi divieti, da provare un dolore quasi fisico quando avevo deciso di lasciarmelo alle spalle per sempre.
Qualcosa che forse non avrei mai fatto, se fosse esistito un altro modo di sfruttare l’incredibile opportunità, offertami dalla sorte, di realizzare quel che restava dei miei sogni d’adolescente.
Sono nato in una cittadina di provincia dove il basket è una vera e propria religione e, dopo averne imparati i sacri fondamentali nelle formazioni giovanili della squadra locale, allora famosa in tutta Europa, e nonostante non mi fossi dimostrato poi abbastanza bravo da guadagnarmi da vivere con una palla tra le mani, a quella religione sono rimasto sempre fedele.
Non l’ho tradita neppure mentre ero nell’esercito, continuando a giocare anche mentre vi ero arruolato, seppure solo in un campionato minore, dopo aver trovato posto nella squadra del paesotto delle Alpi dove era acquartierato il mio reparto: un gruppo di amici, molti ben oltre la trentina e con dei normali lavori da svolgere durante il giorno, che si ritrovava un paio di sere la settimana per degli allenamenti ridotti,dalle mediocri condizioni fisiche di moltitra noi, a poco più che a delle sedute di tiro. Soldi? Se pensi che giocavamo la domenica, contro altre squadre di quella provincia e di quella limitrofa, sul linoleum della stessa palestra dove ci allenavamo e davanti a un pubblico di poche dozzine di persone, composto quasi esclusivamente di amici e parenti, capirai chec’era tanta passione, ma assolutamente nient’altro.
Quell’estate una squadra, neopromossa in serie A2, per sfuggire all’afa della pianura era venuta a tenere il raduno precampionato da quelle parti.
Alla fine di uno dei nostri allenamenti un tipo sulla cinquantina, con la tuta di quella squadra addosso, mi si era avvicinato e mi aveva chiesto se me la fossi sentita di andare a giocare per qualche giorno con loro; avevano ancora alcuni contratti in alto mare, uno dei loro playmaker si era slogato una caviglia ed erano rimasti in nove. 
Senza pensarci un secondo, avevo detto di sì.  Ero corso in caserma, avevo pregato il Capitano, implorato il Colonnello ed avevo ottenuto due settimane di licenza.

venerdì 31 ottobre 2014

I NOMI DEL NERO E L'ESTETICA DEGLI ALTRI

Noi diciamo sempre nero, ma i Romani dicevano niger, se quel nero era lucido, e ater se era opaco. Dove noi vediamo un colore, detto altrimenti, loro ne vedevano due tanto diversi da meritarsi nomi così differenti. E dove noi diciamo e vediamo solo bianco, loro vedevano albus, se opaco, e candidus, se brillante. Distinzioni simili sono fatte anche da molte lingue africane ed è facile capire come per gli scultori che le parlano, l'opposizione liscio-ruvido, e quindi niger-ater, sia tanto importante quanto è quella tra pieno e vuoto per uno scultore occidentale. Tutto questo, per dire come sia tutt'altro che scontato che la nostre siano le uniche sensibilità ed estetiche possibili. Non solo; che in passato si è arrivati a negare l'esistenza del pensiero estetico di altre civiltà, lontane dalla nostra nel tempo o nello spazio, solo perché non conoscevamo il lessico e la grammatica del linguaggio artistico in cui si esprimevano.


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giovedì 30 ottobre 2014

BALLOTTE, BALOTI, BELLOTAS E ALTRE ROTONDITÀ





Grazie a Macek Zini, ho scoperto che in Toscana le castagne lesse si chiamano ballotte, un termine molto prossimo al beloti di certi dialetti lombardi e allo spagnolo bellotas che, però, indica le ghiande della quercia.  Non ci è voluto molto a scoprire, semplicemente consultando i dizionari, 

mercoledì 29 ottobre 2014

Cap. 4 - QUARTO POTERE



Tenevo la rivista aperta tra le mani e leggevo il mio articolo per la millesima volta. Non potevo credere che lo avessero pubblicato e che là, sotto il titolo, scritto in caratteri forse troppo piccoli, ma perfettamente leggibili, ci fosse il mio nome.
Uno dei miei sogni giovanili si era fatto realtà; ero diventato un giornalista: le mie parole, i mei pensieri, i miei stessi ideali erano lì, nero su bianco, a disposizione di chiunque volesse leggerli, ovunque, in qualunque continente. Non erano, frasi e idee, più solo mie: appartenevano a tutta l’umanità. Per sempre.
Ora sapevo per quale ragione ero stato messo al mondo; quale avrebbe dovuto essere lo scopo della mia vita. Avevo finalmente trovato, per usare un’espressione della mia cattolicissima nonna materna, la mia vera vocazione.
Nulla, nell’intero universo, sarebbe stato grande abbastanza da reggere il paragone con la sensazione di totale appagamento che provavo in quel momento. Era la più grande delle gioie possibili; la più perfetta e completa delle felicità.
Mi pareva impossibile che qualcosa di così assolutamente incredibilmente fantasticamente meraviglioso stesse accadendo a me, proprio a me. Dovevo dirlo a qualcuno.
Andai al telefono e composi quello che, per quasi due anni, era stato anche il mio numero. Nessuno rispose. Non me ne stupii, dopo tutto; sapevo che ben difficilmente avrei trovato Valeria ancora a casa, la mattina così tardi. Avevo cercato di raggiungerla lì solo perché non potevo fare altrimenti; i telefonini c’erano già, a quel tempo, ma erano tutt’altro che “ini”, grandi come mattoni, e terribilmente costosi. Una roba da manager o comunque da straricchi e Vale non era certo una donna in carriera e ricca sembrava destinata a non diventarlo mai.
Scrollai le spalle; l’avrei chiamata durante la serata, quando sarebbe tornata a casa dopo l’allenamento.

lunedì 27 ottobre 2014

MALEVIC FONTANA RHOTKO


Malevic' viaggiò fino ai limiti della pittura e tornò indietro.

Fontana arrivò fin là, squarciò la tela e cercò di andare oltre.

Rhotko restò, con le vene tagliate, a contemplare l'abisso.



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E` LA VERA MADDALENA DI CARAVAGGIO

E’ la vera Maddalena.

Lo annuncia Mina Gregori, rivelando di aver ritrovato uno dei quadri che il pittore aveva con sé nel suo ultimo viaggio. L’originale di un capolavoro noto solo attraverso quelle che ora appaiono essere, tutte, solo delle copie.



Porto Ercole, era allora parte degli Stati dei presidi spagnoli di Toscana e una feluca la collegava regolarmente con Napoli. Fu questo, probabilmente, che fece pensare a Michelangelo Merisi da Caravaggio, che si trovava a Palazzo Cellammarre, a due passi dalla Riviera di Chiaia, ospite di Costanza Colonna Marchesa di Caravaggio, di servirsi di questa imbarcazione per rientrare inosservato nello Stato della Chiesa ed aspettare, a poca distanza da Roma, un perdono papale che si dava per certo e prossimo. La feluca, attraccò segretamente a Palo, presso Ladispoli, allora feudo degli Orsini, vi sbarcò l’artista, ma, per una qualche ragione, dovendo immediatamente ripartire per Porto Ercole, non i suoi bagagli. Tra questi, importantissimi per l’immediato futuro di Caravaggio, i quadri con cui si riprometteva di ringraziare il Cardinale Scipione Borghese per l’aiuto che gli aveva dato. Opere che rappresentavano, insomma, il prezzo delle sua libertà e che doveva a tutti i costi recuperare. Per questa ragione, ripartì subito per Porto Ercole. Viaggiò via terra, però, e nell’attraversare in piena estate gli acquitrini della costa laziale, si ammalò di “febbri”. Arrivò a Porto Ercole, ma solo per morirvi, il 18 luglio 1610.
Il Cardinale Borghese, saputo della scomparsa del pittore, mise in azione la propria rete di contatti per scoprire dove fossero finiti quei quadri che considerava suoi. Glielo fece sapere con una lettera, il 29 luglio di quell’anno, il Nunzio di Napoli, Deodato Gentile: “Re.mo. p.ron Colend.mo. Il povero Caravaggio non è morto in Procida, ma a port'hercole ove ammalatosi ha lasciato la vita. La felucca ritornata riportò le robe restateli in casa della S.ra Marchese di Caravaggio che habita a Chiaia, e di dove era partito il Caravaggio. Ho fatto subito vedere se vi sono li quadri e ritrovo che non sono più in essere, eccetto tre, li doi San Gio.anni e la Maddalena, e sono in sud.a casa della S.ra Marchese, quale ho mandato subito a pregare che vogli tenerli ben custoditi, che non si guastino, senza lasciarli vedere o andar in mano di alcuno, perché erano destinati e si hanno da trattenere per V.S. Ill.ma”.

mercoledì 22 ottobre 2014

LA MIA PAROLA PREFERITA



La mia parola italiana preferita è libellula. Non so dire le ragioni di questa mia predilezione; forse è il susseguirsi delle liquide onde di quelle elle a sembrarmi ad un tempo così dolce e così quintessenzialmente italiano. Per il suo suono, o forse per l’aspetto di quelle due doppie v, ma sicuramente senza riguardo al suo significato, la mia parola inglese preferita è awkward, che si dice di chi è goffo, o, per un qualche motivo, a disagio. In spagnolo amo azahar, il fiore dell’arancio,

lunedì 20 ottobre 2014

Cap. 9 - NIKKO NESNA




Le bimbe e i bimbi cantano “Nikkonesna”, nessuno lo sa, mentre escono dalla scuola, in file a dir il vero non troppo ordinate, sotto lo sguardo che cerca d’esser severo di due giovani insegnanti. Devono essere in partenza per una gita scolastica.  Qualcuno degli scolari più grandicelli porta delle borracce; la maggior parte di loro ha con sé dei sacchetti che è facile immaginare possano contenere dei panini, della frutta e altro da mangiare. Un bus li sta aspettando, in un piccolo spiazzo, una cinquantina di metri avanti a noi, sul nostro lato della strada. Sembra essere pronto a partire non appena i bambini saranno saliti; non posso ancora sentire il rumore del suo motore, ma posso già odorarne la puzza. 

L’autobus non sembra essere neppure troppo vecchio, ma è difficile trovare pezzi di ricambio e meccanici quando in giro c’è una guerra, e sembra davvero in cattive condizioni; dal suo scarico esce una densa nuvola scura che il vento che scende dalla montagna soffia verso di noi. Tiro su il vetro del finestrino.

Un vecchietto, con braccio una fascia colorata, su cui sono scritte delle parole che non capisco, ci fa segno di fermarci per lasciare che la scolaresca attraversi la strada. Una delle insegnati è bionda, con lunghi capelli lisci e un notevole paio di tette sotto un maglioncino azzurro aderente. Si gira verso di noi e ci sorride; un sorriso gentile, benevolo, che è il suo modo di chiederci scusa per l’attesa.

Slobo, seduto dietro il volante, le sorride di rimando, prima di rivolgersi a me: “Una maestrina come quella ti fa venir voglia di tornare a scuola”.

È il mio autista, la mia guida, il mio informatore e, anche se non ha mai tirato un pugno in tutta la sua vita adulta, tecnicamente sarebbe anche la mia guardia del corpo. Se non avesse qualche anno di troppo, ne deve compiere sessanta, però, della guardia del corpo avrebbe perlomeno l’aspetto; è alto, più di me di almeno cinque centimetri, e grosso, con le spalle larghe e un collo taurino; ha un filo di pancia, ma si muove con sorprendente agilità se deve farlo. Ha già avuto più di un’occasione di dimostrarmelo da quando siamo assieme: sono tempi difficili, questi; almeno lo sono qui, in questo paese.

Ha dei baffi, lunghi e all’ingiù,

giovedì 16 ottobre 2014

UNA SPORCA FACCENDA




L'estate in cui scrissi le “Lettere”, resterà memorabile soprattutto per una tragedia che sconvolse, seppur per pochi giorni, il quieto vivere di noi della fine del mondo. Una crisi tanto grave, e nella cui risoluzione ebbi un ruolo tanto importate, da convincermi, appena superata, a raccontarla agli amici del blog di un grande quotidiano, sui cui mi sfogavo allora, suppergiù in questo modo.


Finalmente posso mettere le mani su una tastiera, dopo un paio di difficili giornate passate a risolvere il più mondano dei problemi.

Difficile trovare le parole giuste per dire di cosa si è trattato, specie rivolgendomi a persone della vostra squisita sensibilità, ma ci proverò.

 Con le vacanze estive, la nostra casa in capo al mondo diventa meta del pellegrinaggio annuale di parenti ed amici; siamo in undici, ora, sotto questo tetto, e diventeremo sedici quando, nel prossimo fine settimana, arriveranno anche gli ultimi ospiti.
Siamo in undici, vi dicevo; undici bocche da sfamare e quindi, a stretto rigor di logica, come si può dedurre in base a minime conoscenze d’anatomia e fisiologia, undici culi a cui offrire un cesso.
La casa è debitamente grande e ha quattro bagni, con i conseguenti quattro vasi escretori di bella porcellana bianca, perciò, salvo qualche simpatico episodio d’affollamento durante le ore di punta, "occupato, un momento", che pure rafforzano i già saldi vincoli amicali e parentali, "porca vacca. Ho detto un momento; sto cagando", e contribuiscono al miglioramento delle relazioni transatlantiche, "I gotta take a shiiit", non abbiamo mai avuto veri problemi a soddisfare, con relativa tempestività e certa soddisfazione finale, i bisogni di chi passa l'estate da noi.

mercoledì 15 ottobre 2014

A PROPOSITO DI SCRITTURA



A
 proposito di scrittura. Auguro a chi continuamente ne auspica una che sia prima di tutto scarna, veloce e che vada dritta al proprio scopo, di finire sempre a letto con una persona, del sesso che più gli aggrada, con quelle stesse caratteristiche. E di mangiare hamburger, ovviamente di soia, per il resto dei suoi giorni.